Il 13 ottobre 2016 è stato emanato il decreto n. 264/2016 del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare disciplinante i criteri/le condizioni per dimostrare la sussistenza dei requisiti per la qualificazione di un residuo di produzione come sottoprodotto aziendale e non come rifiuto.

Il DM ha dato seguito a quell’indirizzo ambientale – conosciuto mediante l’art. 184-bis del D. Lvo n. 152 del 2006 (c.d. Testo Unico Ambientale) – che vuole sottrarre alla disciplina dei rifiuti ciò che effettivamente l’imprenditore potrebbe ancora utilizzare o cedere ad altri, rappresentato da un residuo di produzione che può avere ancora un valore commerciale sia all’interno dello stesso processo produttivo che lo ha originato, sia in processi produttivi di terzi imprenditori che potrebbero in ogni caso utilizzarlo senza sottoporlo a trattamenti/operazioni che alterino la natura del residuo.

Perché potrebbe interessare al settore agroalimentare?

Perché è stato lo stesso Ministero dell’Ambiente che attraverso il DM 264/2016 ha offerto un elenco indicativo di ciò che effettivamente può essere gestito come sottoprodotto agroalimentare senza mai entrare nella disciplina della gestione rifiuti, tra cui è stato indicato:

  • Biomasse residuali destinate all’impiego per la produzione di biogas in impianti energetici, ottenute da:
    • Sottoprodotti di origine animale non destinati al consumo umano – Reg. Ce 1069/2009;
    • Sottoprodotti provenienti da attività agricola, di allevamento, dalla gestione del verde e da attività forestale;
    • Sottoprodotti provenienti da attività alimentari ed agroindustriali (ad. es. dalla trasformazione di pomodoro, olive, uva, frutta e ortaggi vari, bietole da zucchero, risone, cereali, semi oleosi, dalla industria della panificazione e della pasta alimentare, dall’industria dolciaria, dalla torrefazione del caffè e dalla lavorazione della birra);
    • Sottoprodotti provenienti da attività industriali (lavorazione del legno, trasformazione degli zuccheri, lavorazione o raffinazione degli oli vegetali).
  • Biomasse residuali destinate all’impiego per la produzione di energia mediante combustione, tra cui i residui della lavorazione del legno, oppure la pollina.

Tutto ciò è stato confermato da una successiva Circolare ministeriale del 30 maggio 2017 n. 7619, recante i criteri indicativi per la qualifica delle biomasse “residuali”.

Cosa significa per le aziende?

Significa che potranno riqualificare e dare valore a ciò che fino ad oggi le stesse hanno sempre trattato come un rifiuto e quindi come un costo e iniziare a dare vita a quel residuo di produzione che, attraverso una valutazione tecnico-giuridica da parte di consulenti qualificati, potrà essere analizzato e valutato conforme ai criteri di legge previsti.

Questo cambio di prospettiva è l’espressione attuale di ciò che realmente è la green economy e soprattutto è la manifestazione del concetto di economia circolare, applicata attraverso il principio di prevenzione dei rifiuti e quindi nell’intenzione di ridurre la generazione degli stessi per, invece, la creazione di possibilità per le aziende di espandersi in nuovi settori economici rappresentati dalla domanda di altre aziende che potrebbero trovare economicamente vantaggioso acquistare il residuo di produzione, in quanto avente caratteristiche quali-quantitative migliori di altri prodotti sul mercato.

I nostri tecnici vi spiegheranno in dettaglio l’argomento e gli spunti applicativi nel seminario che verrà organizzato in OTTOBRE 2018.

Alle prossime newsletter per i dettagli!